giovedì 11 ottobre 2012


Leggevo ieri l’articolo di Gregor Paul sul New Zealand Herald riguardo al drop goal e a come a suo dire l’atteggiamento verso il calcio da tre sia cambiato in Nuova Zelanda. A suo dire il pubblico il pubblico kiwi lo sta rivalutando, avendo visto come Dan Carter ne abbia fatto sapientemente uso durante la fase finale della partita Sud Africa – Nuova Zelanda di sabato scorso. A leggere molti dei commenti dei lettori, Paul si sbaglia e ancora in molti vedono il calcetto tattico come un ripiego per chi non sappia andare in meta, un modo di tirare a campare e far punti facili, tipico del noioso gioco dell’emisfero boreale.
Per molto tempo in Nuova Zelanda, patria delle corse dalla propria linea di meta e del gioco offensivo, si è chiesto di ridurre il numero di punti assegnati al drop da tre a due o addirittura ad uno.

Jonny segna IL drop goal - Getty Images
Due considerazioni, prima: se si riduce il numero di punti concessi per il drop, allora si dovrebbe fare lo stesso per il piazzato. Se si parla di difficoltà tecnica, il drop forse è ancora più difficile del piazzato, il calciatore non ha tempo di prepararsi e concentrarsi, il resto della squadra deve giocare l’azione in modo da mettere il calciatore nella posizione migliore per calciare e tenere gli avversari a debita distanza. Se si assegnasse un punto, o due, in meno per il drop rispetto al piazzato, allora che dire di quei piazzati da dieci metri sotto i pali? Vorremmo forse introdurre una specie di mezzaluna di 20 metri di raggio dai pali dall’interno della quale i piazzati valgono meno? Non mi sembra il caso, non si tratta di basket.
La seconda considerazione è invece basata sulla storia del rugby. La meta, tanto cara ai neozelandesi, inizialmente era solo uno dei modi per garantirsi la possibilità di calciare tra i pali (assieme al piazzato ed alla defunta presa franca o “mark”), quindi si può dire che nel DNA del gioco ci sia proprio il calcio e non la meta. Il drop dal 1905 al 1948 valeva addirittura più di un piazzato, 4 punti contro 3, tanti quanti ne valeva una meta. Certo le regole sono fatte per essere cambiate e tutti vogliamo vedere un bel gioco d’attacco e tante mete, ma non dobbiamo dimenticare da dove nasce il gioco e quali siano i suoi valori storici.
Se poi vogliamo vedere l’uso del drop e del gioco “noioso”, come lamentano i neozelandesi, nel corso degli anni, non possiamo certo dimenticare partite emozionanti e prestazioni eccezionali dove il drop è stato il vero e proprio perno centrale del gioco.
Alcuni esempi: il drop di O’Gara che ha spezzato il cuore del Flaminio nel Sei Nazioni del 6 Febbraio 2011, l’impressionante record di cinque drop di Jannie De Beer che ha letteralmente calciato fuori l’Inghilterra dai mondiali del 1999 e soprattutto il famosissimo drop con cui Jonny Wilkinson ha consegnato il trofeo alla nazionale della rosa rossa ai tempi supplementari della finale della coppa del mondo 2003 contro l'Australia.

Certo, perdere per un drop non fa piacere a nessuno, ma non si può negare la tecnica e il merito dei grandi drop che hanno, nel bene e nel male, fatto la storia dello sport. Segnare e difendere contro il drop goal sono fasi fondamentali del rugby, come e quanto l'andare in meta. Per questo mi auguro nessuno cambi le regole riguardo al drop e noi spettatori potremmo ancora in futuro esultare o imprecare per un drop all’ultimo minuto.

Scrito da Diego Ghirardi Il 10/11/2012 12:45:00 PM Nessun commento

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