mercoledì 25 giugno 2014

Anche il rugby celebra le comunità indigene.

Dopo il football australiano anche la palla ovale ha istituito un turno dedicato alle comunità aborigene, dello stretto di Torres e delle isole del pacifico. Un'occasione, che a parte la retorica purtroppo di rito, vuole essere sia di costante monito a quei quattro cretini che ci sono sempre e ovunque che non sanno vedere al di la del colore della pelle, ma soprattutto da modo al mondo dello sport per riflettere sull'importanza del contributo dato dai giocatori, allenatori e dirigenti provenienti da quelle che sono, nella società, delle minoranze.
Forse il mondo del rugby è quello che ha meno bisogno di ricordare quanto i giocatori indigeni siano importanti, non c'è quasi squadra al mondo, ad ogni livello, che non abbia un giocatore con qualche legame con essi, tanto che spesso nelle formazioni sono la maggioranza, ma il segnale è importante venga dato all'esterno più che all'interno.
La fortuna del rugby è che è diventato un ambiente molto inclusivo, dove non solo il colore della pelle, ma anche l'orientazione sessuale non hanno alcun ruolo e fortunatamente tutti vengono giudicati per ciò che valgono sul campo e non per altro motivo.
Un esempio che deve essere reso il più possibile evidente e manifesto per far sì che la società lo segua in ogni suo aspetto.
Seguendo la moda delle squadre di football anche quelle di rugby hanno introdotto delle maglie con disegni aborigeni, quella dei Rebels sembra più un richiamo ai peggiori anni '80, ma è l'intenzione che conta.
Tom English con la maglia "indigena" - foto Melbourne Rebels
Scrito da Diego Ghirardi Il 6/25/2014 06:34:00 PM Nessun commento

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