sabato 23 agosto 2014

Il campionato giapponese ha una lunga tradizione ed é seguito da moltissimi appassionati.

Si pensa al Giappone e, a noi splendidi quarantenni o giù di lì, vengono in mente Holly e Benji, titolo originale Capitan Tsubasa (キャプテン翼 Kyaputen Tsubasa) e il loro campo da calcio infinito che segue la curvatura terreste, o Mimì Ayuhara e la Nazionale di Pallavolo, titolo originale Attack no.1  (アタックNo.1), e il pallone che prende la forma di un'orecchietta pugliese quando viene colpito in schiacciata. In realtà in Giappone per anni lo sport per eccellenza é stato il baseball, importato dagli americani per farsi perdonare gli orrori della bomba atomica e mostrare una faccia meno ostile nel paese contro il quale avevano ferocemente combattuto. Il baseball, uno sport fatto di tattica spicciola e di giocate individuali non l'ho mai visto molto affine alla cultura giapponese, anzi a dire il vero lo considero in netto contrasto con essa. Fatto sta che il baseball è per numero di spettatori lo sport numero uno in Sol Levante e diversi giocatori giapponesi hanno fatto strada e guadagnato rispetto nella Major League americana.
Dagli anni ottanta in Giappone è stata condotta una campagna per promulgare il calcio, Capitan Tsubasa docet, che ha portato molti giovani verso la palla ovale. Qui le affinità culturali sono un po' maggiori rispetto al batti e corri, e anche qui si sono visti giocatori dell'estremo oriente farsi strada in Europa, ricordo ancora con un misto di dolore e dolcezza, Schadenfreude direbbe mia moglie, l'arrivo di Kazuyoshi Miura, detto Kazu, al Genoa.
Ma veniamo al soggetto, il rugby. Senza pensarci troppo, chi come me nutre una passione viscerale sia per la palla ovale sia per il paese del Sol Levante, si accorge subito come le affinità siano enormi: gioco di squadra, collettivismo, obbedienza alle regole, rispetto per gli avversari, tattica e tecnica, gusto per l'estetica. Manca solo il sushi, ma chi ha provato ad addentare un'orecchio a un pilone dice il gusto sia simile a quello del pesce crudo, mancano solo salsa di soya e wasabi.
I capitani delle 14 squadre di Top League - foto RJP Nogoka

Il campionato giapponese è partito, come quello di baseball, nel dopoguerra, due anni prima del batti e corri, a voler fare le pulci. Quello che ora il massimo campionato, la Top League, è l'evoluzione del Companies National Tournament (campionato nazionale aziendale) storicamente formato dalle squadre delle maggiori società giapponesi.
Per anni il massimo trofeo della palla ovale giapponese non era però il CNT, ma l'All Japan Rugby Football Championship che era un torneo tra le migliori squadre del CNT e del campionato universitario. Le squadre delle università hanno conteso a lungo l'AJRFC alle squadre aziendali, ma l'ultima presenza di un'università in una finale risale al 1997 quando la Meiji University ha perso la sua quinta finale in sette anni. Da lì in poi solo le squadre aziendali hanno giocato le finali, tanto che oramai il torneo è quasi un'inutile coppa di consolazione per chi non si aggiudica il CNT.
Dal 2003 la federazione ha dato un'impronta decisamente professionistica al campionato aziendale, rinominandolo Top League e dandogli una struttura a 14 squadre con tre leghe minori suddivise su base regionale al di sotto.
La Top League è diventata una piattaforma per il rugby giapponese dove molti giocatori locali hanno avuto modo di affiancarsi a stelle internazionali e imparare da loro i trucchi del mestiere. Una fase che si è vista anche in Italia nel periodo d'oro dello sport tricolore dove in ogni settore venivano investiti i miliardi del boom degli anni '80, e dove anche il rugby vide campioni sul viale del tramonto accettare lauti compensi per fare dei cammeo in Italia o giovani argentini accettare di buon grado il passaporto italiano e diventare, Dominguez su tutti, beniamini degli azzurri.
In Giappone però questa fase non solo è durata più a lungo ed ha investito non solo giocatori ma anche allenatori, ma ha lentamente cambiato rotta e oggi non sono solo i veterani ad andare in Sol Levante ma anche molti giocatori giovani e con una carriera internazionale ancora davanti, in più si sono visti anche i primi giocatori giapponesi in Super Rugby: Shota Horie, Fumiaki Tanaka e Male Sau, a dimostrazione di come lo scambio di giocatori non sia più una strada a senso unico. Il calendario per di più aiuta anche gli stacanovisti della palla ovale che possono andare in Giappone a disputare la Top League che inizia a fine Agosto e termina ad inizio Febbraio prima di tornare in patria per giocare il Super Rugby da Febbraio a Luglio.
Se non fosse per le regole delle federazioni australiane e neozelandesi che impediscono a chi gioca all'estero di giocare in nazionale, e per la regola della Top League che permette di avere in campo solo due giocatori stranieri per volta, il numero di giocatori di queste due nazioni sarebbe ancor maggiore.
Questa inversione di tendenza dimostra come l'esperimento Top League sia riuscito, come la perseveranza e la disciplina paghino e i successi dei Brave Blossom ne sono il chiaro esempio.
Molto probabilmente questa crescita costante porterà anche una squadra giapponese in Super Rugby, opzione più seria che la ventilata creazione di una squadra a Hong Kong o Singapore.

Una lista (parziale) di stranieri in Giappone:
Scrito da Diego Ghirardi Il 8/23/2014 10:00:00 AM Nessun commento

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